Smog: dalla nube anni ’50 all’inquinamento fotochimico

Il termine smog nasce a Londra negli anni ’50 dalla fusione di 2 termini inglesi: smoke e fog. In quel periodo infatti, il copioso uso di carbone per motivi industriali e domestici (per il riscaldamento) provocò, insieme ad altre sostanze che si trovavano nell’aria, una vera e propria nube altamente tossica che portò alla morte di 4000 persone in un tempo brevissimo e di tantissimi ricoverati per problemi alle vie respiratorie. Col passare degli anni, affinché il dramma non si ripetesse con tale entità, l’utilizzo del carbone è stato disincentivato a favore di altri combustibili che provocano una minore formazione di particelle, come il gasolio.

Oggi si continua a parlare di smog, ma la nube sembra avere una composizione nettamente diversa da quella londinese. Si chiama smog fotochimico ed è caratterizzato da una elevata percentuale di ozono a bassa quota, specialmente in città e nei periodi di caldo estivo; e per smog si intende anche l’elevatissima quantità di microparticelle tossiche presenti nell’aria che respiriamo.

L’inquinamento atmosferico delle città viene oggi valutato con il monitoraggio della quantità di PM10 presente nell’aria. PM10 significa Particulate Matter, cioè la materia ridotta in particelle piccolissime e nocive per la salute. Nel 2012 Legambiente ha monitorato  95 città italiane e ciò che ne è risultato è che 51 di esse hanno superato il limite di PM10 imposto dall’Oms per almeno un giorno in un anno. Prima tra tutte, Alessandria con 123 giorni di superamento, mentre Milano rientra tra le prime 10 e Napoli è al ventesimo posto della graduatoria con i suoi 85 giorni di superamento durante l’anno.

Quali sono i danni dello smog sull’uomo e l’ambiente?

Basta guardare i palazzi del centro delle grandi città e vedere il colore che assumono dopo poco tempo dalla loro costruzione per capire cosa devono contrastare i polmoni di chi abita in città o ci trascorre molte ore della propria vita. Le particelle tossiche che si depositano sui muri sono infatti le stesse che intasano i polmoni e sono estremamente dannose per la salute dell’uomo, in particolare per quanto riguarda le vie respiratorie. Nel corso del tempo è stato riscontrato un aumento dei soggetti sofferenti di asma e di problemi cardiovascolari, ma è ormai accertato che a lungo andare l’assunzione di inquinanti attraverso l’aria può aumentare anche il rischio di tumori, in particolare alla pelle, e di mutazioni genetiche.

Inoltre durante il recente Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina Interna (SIMI) è emerso che lo smog fa aumentare il rischio di infarto del 24% e di ictus del 35% e che può indurre lo sviluppo di problemi intestinali, sclerosi multipla, tiroiditi e diabete di tipo 1.

Anche l’ambiente stesso (e indirettamente, di nuovo, l’uomo) risente della presenza di sostanze tossiche nell’aria; animali e piante subiscono gli effetti dannosi delle particelle nocive che rendono la fotosintesi più stentata e le piante più deboli e meno produttive, con ingenti danni anche a livello alimentare ed economico.

Si può fare qualcosa contro lo smog?

Sarebbe bello poter fare come il personaggio ideato da Italo Calvino ne La nuvola di smog, che alla fine della storia si allontana dalla città e dalla nuvola tossica per recarsi nelle campagne dove può finalmente vedere panni stesi bianchi e privi dello strato di polvere che pervade il suo ufficio e la sua casa. A prescindere dall’aspetto metaforico della situazione calviniana, è pur vero che se allontanarsi dalle città può senza dubbio migliorare la qualità dell’aria che si respira, anche le campagne non sono però oggi totalmente prive di inquinamento.

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Gli scienziati del SIMI affermano che se si dimezzassero le emissioni inquinanti delle città, almeno 6000 persone all’anno tra quelle che muoiono per inquinamento si salverebbero e la vita media dei cittadini aumenterebbe di 1-2 anni.

Il dimezzamento delle emissioni non è purtroppo cosa che si possa fare in tempi immediati; ci vuole invece tempo e soprattutto la collaborazione di politici e scienziati per trovare alternative significativamente efficaci a quelle attuali per i bisogni domestici e industriali della popolazione.

Ciò che si può fare individualmente per cercare di limitare i danni provocati dallo smog è, specialmente per chi abita in zone particolarmente inquinate, allontanarsi spesso, fare gite dove l’aria è più pulita e mangiare cibi naturalmente antiossidanti. Uno studio della Sapienza di Roma e dell’Università di Milano ha infatti evidenziato come olio extravergine di oliva, verdure e pesce possano reintegrare la vitamina E persa a causa dell’inquinamento e necessaria per l’eliminazione delle sostanze ossidanti nelle cellule.

In più dimostrerebbe sicuramente un certo senso civico porre delle piccole attenzioni anche nell’ambito delle proprie abitudini quotidiane, facendo ad esempio attenzione a come si fa uso del riscaldamento o dell’automobile.

È certo vero che l’impegno di una sola famiglia non cambia il mondo ma, si sa, la somma di tanti singoli individui dà come risultato la popolazione intera.

 

 


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