Il parto in acqua: è meglio per il bambino?

La nascita di un bambino è uno dei momenti più emozionanti e difficili della vita di una donna. Lo stress, la paura, il dolore sono tutte emozioni che influiscono sull’evoluzione del travaglio e del parto, perciò è necessario che ogni neo mamma cerchi di trovare il modo migliore per rilassarsi e riuscire a concentrarsi in ciò che è più importante: il benessere proprio e del bambino che sta per dare alla luce.

Fino a qualche anno fa i neonati venivano immediatamente tolti alle loro madri, che appena dato loro uno sguardo li vedevano sparire per finire in un’incubatrice fino al momento delle poppate. Oggi molti ospedali cercano di far passare al bambino più tempo possibile con la mamma in modo che si formi quel legame psicologico naturale che deve essere forte in ogni rapporto madre-figlio.

A formare questo tipo di legame contribuisce anche la modalità con cui avviene il parto. Un parto molto sofferente “distrae” la mamma dal proprio bambino ed è per questo che uno degli obiettivi primari del personale dei reparti di neonatologia è quello di mantenere la partoriente calma e il più possibile a suo agio.

Il parto in acqua: come è nato?

Uno dei modi accettati per far sì che la donna viva il momento del travaglio e della nascita con più serenità è quello di farla immergere in acqua calda.

Avvenuto per la prima volta nel 1803, la tecnica è stata sviluppata da un medico francese, Michel Odent, che negli anni ’70 del secolo scorso utilizzò una piscina per alleviare i forti dolori del travaglio di una partoriente. Il primo parto completo avvenne quasi casualmente, ma diede la spinta per provare a sviluppare un nuovo metodo teso a diminuire lo stress materno e neo natale in un momento particolarmente difficile.

Oggi quindi molti ospedali hanno delle vasche apposite in cui le mamme possono immergersi al momento giusto, quando cioè la dilatazione del collo dell’utero raggiunge i 3-5 cm. In questo modo, il calore dell’acqua, che si trova a 37 gradi circa, stimola il rilassamento muscolare e del perineo (uno dei muscoli protagonisti del parto), attenuando anche i dolorosi crampi uterini. Provando meno dolore la mamma è ovviamente più rilassata e più serenamente avviene la nascita, meno lungo e doloroso sarà il parto.

Quali sono le obiezioni apportate al parto in acqua?

Inizialmente si pensava che un parto in acqua potesse essere meno igienico di quello tradizionale; il bambino appena uscito dall’utero materno si trova infatti immerso in un liquido contaminato da sangue e liquidi organici, ma uno studio del 1999 del British Medical Journal ha evidenziato come solo lo 0,85% del campione di 4030 bambini nati in acqua presi in considerazione hanno avuto bisogno di cure post-partum.

Un’altra paura di medici e madri era quella che il bambino potesse soffocare con l’acqua che inevitabilmente entra in bocca o nel naso. Questo certo non può avvenire perché il bambino, che riceve ancora ossigeno dal cordone ombelicale non ha lo stimolo della respirazione fin quando non gli viene indotto e comunque istintivamente inghiotte l’acqua che eventualmente va in bocca.

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E per la mamma cosa è meglio?

L’unico dovere della mamma durante il parto è cercare di essere abbastanza rilassata per poter seguire le indicazioni delle ostetriche che la assistono. La rilassatezza c’è quando una persona si trova a proprio agio, per cui se una donna si sente bene dentro una vasca da bagno e decide di intraprendere questo tipo di esperienza sicuramente non può che provarne giovamento, anche perché si è visto che tra le primipare, solo lo 0,38% ha avuto bisogno di episiotomie (incisioni del perineo), a fronte del 23% delle donne che affrontano il parto tradizionale.

Perciò come sempre non esiste il metodo migliore in assoluto, esiste solo ciò che può essere più o meno adatto per ogni neo mamma che sicuramente sa prendere la scelta migliore basandosi sul proprio istinto e sulla conoscenza di sé.

Quando è sconsigliato il parto in acqua?

Per quanto sia una tecnica assolutamente sicura, ci sono casi in cui è opportuno evitare che il bambino nasca in acqua. Innanzitutto nel caso in cui la mamma sia affetta da malattie contagiose che potrebbero infettare il figlio più facilmente in un ambiente acquatico e poi in ogni caso in cui sia necessaria un’attenzione maggiore perché in presenza di parti gemellari o complicati (se il piccolo si trova nella posizione sbagliata). Per quanto infatti le funzioni vitali del bambino vengano sempre tenute sotto controllo grazie ad accessori speciali di cui sono forniti i professionisti, se si presenta l’eventualità di un soccorso è necessario essere immediatamente pronti ad agire.

In tutti i casi comunque parlare con il proprio ginecologo può chiarire le idee delle mamme indecise così che possano stabilire insieme se è il caso di tentare il parto in acqua o è meglio affidarsi alle tecniche tradizionali.


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