Epatite C: infezione virale del fegato spesso asintomatica

Come l’epatite A e B anche la C coinvolge il fegato inficiandone la buona funzionalità a causa di un virus, l’HCV (hepacavirus della famiglia dei Flaviviridae) che in Italia sembra infettare il sangue di circa 1,8 milioni di persone.

È una malattia da cui si può guarire completamente nell’arco di qualche mese, ma spesso il virus diventa duro a morire e l’epatite può cronicizzarsi causando problemi soprattutto per le eventuali conseguenze a livello epatico.

Come avviene il contagio e quali sono i sintomi?

La via più semplice per la trasmissione del virus è mediante il contatto diretto con del sangue infetto, quindi l’utilizzo di forbicine o rasoi di persone infette può essere rischioso come recarsi in uno studio di tatuaggi e piercing non a norma per quanto riguarda l’igiene e la sterilizzazione degli strumenti di lavoro; gli operatori sanitari sono ovviamente soggetti a rischio perché possono entrare in contatto accidentalmente con sangue infetto ed è anche possibile un contagio verticale, da madre a figlio, durante il parto (ma questo accade in meno del 5% dei casi). Un padre infetto invece non può trasmettere la malattia al figlio ed è piuttosto raro, anche se non impossibile, ammalarsi con i rapporti sessuali non protetti (cosa che è invece sensibilmente più frequente nei casi di epatite B).

La malattia è caratterizzata da una fase acuta che si presenta dopo 6-9 settimane dal contagio e a cui può seguire una problematica cronicizzazione; durante la fase acuta la sintomatologia manifestata dal paziente non è molto diversa da quella di una brutta influenza: malessere, inappetenza, dolori alle ossa e ai muscoli, nausea, vomito e febbre, ma in più nell’epatite è presente anche l’ittero. Tutti questi sintomi non si presentano almeno nel 66,5% dei casi, e soltanto lo 0,1% dei soggetti viene colpito da una fase acuta particolarmente grave e fulminante.

Come viene diagnosticata e come si affronta la malattia?

La diagnosi dell’epatite C può essere accertata mediante un esame del sangue specifico prescritto dal medico curante o da un infettivologo e in alcuni casi viene richiesto anche un test che valuti il livello della funzionalità epatica, per assicurarsi che il fegato non abbia già riscontrato disturbi seri o irreversibili.

Purtroppo non esiste una terapia per curare la malattia se non quella di supporto tesa a contrastare i sintomi e la disidratazione conseguente alla fase acuta.

Sono stati fatti dei tentativi con le terapie antivirali, ma questi sono farmaci che possono avere controindicazioni importanti e non possono sempre essere assunti in piena tranquillità (come nei casi di gravidanza).

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Sfortunatamente non è ancora possibile usufruire di un vaccino quindi l’unica cosa da fare è tentare di prevenire la malattia e limitare il più possibile le situazioni di rischio.

Evitare quindi di scambiarsi siringhe o oggetti personali come spazzolini o lime metalliche per le unghie, non coinvolgersi in rapporti sessuali non protetti, porre attenzione particolare alle certificazioni di tatuatori e piercer sono norme fondamentali da seguire per la propria sicurezza.

Fino a qualche anno fa esisteva il timore di contrarre l’infezione in seguito a una trasfusione di sangue, ma per fortuna oggi i test di controllo sui campioni dei donatori sono assolutamente accurati e testano il sangue messo a disposizione anche specificamente per l’epatite C.

Esistono complicazioni alla malattia?

L’85% dei casi di epatite C si cronicizza provocando un malfunzionamento e un appesantimento del fegato che a lungo andare possono creare dei disturbi anche gravi. Il 20-30% dei malati cronici sviluppa in 10 o 20 anni una cirrosi epatica seguita nell’1-4% dei pazienti da epatocarcinoma. Per l’importanza delle eventuali complicanze è quindi sempre fondamentale tenere sotto controllo l’evolversi dell’infezione e cercare di arginare i possibili danni che ne scaturiscono affinché non peggiorino fino a dei livelli difficilmente gestibili.

 

 


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