Crollo vertebrale: attenzione ai dolori di schiena

Il 20 ottobre di ogni anno si celebra la giornata mondiale dell’Osteoporosi e in occasione di questa ricorrenza le varie associazioni, come la International Osteoporosis Foundation (IOF), cercano di sensibilizzare la popolazione riguardo ad alcune patologie che insorgono a causa di uno stato di salute delle ossa non ottimale.

Uno dei disturbi più frequenti, seppur preso poco in considerazione anche dagli specialisti, è quello che viene volgarmente chiamato il “crollo vertebrale”: un cedimento osseo a livello delle vertebre causato non da un trauma diretto, ma da indebolimenti scheletrici quali l’osteoporosi o metastasi vertebrali.

Cos’è il crollo vertebrale dorsale?

La colonna vertebrale è costituita da 2 vertebre cervicali, 12 vertebre dorsali, 5 vertebre lombari, dall’osso sacro (costituito da 5 vertebre sacrali fuse insieme) e dal coccige. Le vertebre dorsali sono quelle legate alle coppie di costole che formano la gabbia toracica e sono, proprio per la loro struttura, più rigide e meno flessibili delle lombari che si trovano nella parte più bassa della schiena, quella “libera”.

Probabilmente proprio per la rigidità che contraddistingue le vertebre dorsali, queste sono le più sofferenti in caso di osteoporosi e quelle che più delle altre rischiano la frattura (o crollo).

Essendo nella maggiorparte dei casi la conseguenza di una forte osteoporosi, le vittime più frequenti della patologia sono le persone anziane, in particolare le donne; ne soffrono infatti il 20-25% di coloro che hanno superato i 50 anni di età.

La frattura di una vertebra oltre a provocare dolori e limitazioni funzionali può anche essere la causa di disallineamenti più o meno importanti di tutta la colonna; questo fa sì che la condizione di stabilità generale dello scheletro peggiori e renda frequente anche un secondo o terzo caso di frattura vertebrale entro un anno dalla prima.

Spesso in seguito alla frattura di una o più vertebre dorsali, il primo sintomo che si manifesta è il dolore e la limitazione funzionale, accompagnati in alcuni casi da una riduzione della statura del soggetto.

Purtroppo non sempre la sintomatologia è evidente, in alcuni casi anzi il problema si rivela asintomatico. Essendo però fondamentale una diagnosi precoce e una terapia tempestiva, al primo accenno di mal di schiena, specialmente dopo una certa età, è opportuno che lo specialista prescriva analisi mediche approfondite come radiografie e TAC.

Terapie per il crollo vertebrale

Una volta certi della diagnosi di crollo vertebrale è opportuno che il medico specialista elabori la terapia appropriata per il caso specifico.

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Quando la situazione non è grave e non sono presenti disallineamenti importanti, può bastare la sola ginnastica (ovviamente sotto lo stretto controllo di un fisioterapista competente) ed eventualmente un busto o un corsetto per 3-6 mesi circa; in altri casi, quando la frattura è instabile (quando cioè la colonna non riesce a mantenere la posizione eretta), diventa necessario l’intervento chirurgico.

Gli interventi più frequenti sono quelli di vertebroplastica e di cifoplastica.

La vertebroplastica viene effettuata sin dagli anni ’90 e consiste nell’iniezione di una specie di cemento in grado di riempire la frattura e sostenere la colonna vertebrale.

Questo tipo di intervento è in grado, nel 90% circa dei casi, di eliminare il dolore alla schiena, di contenere la riduzione di statura e di limitare il rischio di deformità gravi come la gobba.

La cifoplastica è una tecnica più recente che si articola in due fasi: la prima prevede l’inserimento di un palloncino in grado di ridare spessore alla vertebra fratturata, la seconda invece consiste nell’iniezione del cemento (analogamente alla vertebroplastica).

La cifoplastica è considerata un’operazione mini-invasiva, ma può essere utilizzata soltanto per fratture “giovani” (di non più di 3 mesi), per le altre è necessario rivolgersi agli specialisti della vertebroplastica.

Le complicanze in entrambi i casi sono rare e quasi sempre risolvibili: si tratta principalmente della rottura dell’ago durante l’operazione o di una nuova frattura vertebrale successiva all’intervento. Rarissimi i casi di embolia polmonare o di lesione del midollo spinale.


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