Ansia da prestazione: come riconoscerla e combatterla

Può accadere che, durante un rapporto sessuale o un esame possa sopraggiungere una certa emozione che non permetta di esprimersi al meglio: ma quando queste “emozioni” diventano accentuate e frequenti, e in questi momenti i battiti cardiaci accelerano fino a diventare palpitazioni ansiogene, l’articolazione della parola si fa difficile e si presentano panico, tremore e spesso nausea, probabilmente si soffre di ansia da prestazione.
L’ansia da prestazione ha i connotati di una vera e propria patologia clinica e oggi un numero elevato di persone ne soffre, tra cui tanti giovani. Le cause vanno perlopiù ravvisate in una serie di fattori talvolta sociali, altre volte personali: tra questi, una bassa stima di sé o delle cognizioni errate ad esempio, sul rapporto uomo-donna (nel caso di ansia da sessualità). Altre volte possono influire fattori esterni, come l’abuso di alcool o farmaci.

Lineamenti del disagio

Quando si è in ansia da prestazione, spesso ciò che accade è che, in parole semplici, si insinuano in mente convinzioni sull’impossibilità di riuscita: ciò innesca una serie di meccanismi circolari dai connotati negativi che partono dalla mente e finiscono per influenzare il fisico. Dal canto suo il corpo inizia a manifestare quelle reazioni già descritte: palpitazioni, sudorazione, nervosismo e, nei casi gravi, attacchi di panico e difficoltà respiratorie. Nel caso di ansia da prestazione sessuale, l’erezione fatica a sopraggiungere o mantenersi. Questo disturbo provoca conseguenze nefaste non solo sulla performance, ma sulla persona: chi ne soffre, in genere è vittima di depressione, confusione mentale, sensi di inferiorità e timori nell’affrontare la quotidianità.
Oggi tuttavia è possibile intervenire efficacemente per guarire da questo disturbo.

Rimedi

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E’ convinzione alquanto condivisa che, per combattere l’ansia da prestazione bisogna intervenire sulle dinamiche psichiche che provocano il problema. Ormai ritenuta obsoleta la cura farmacologica, molti terapeuti rimarcano invece l’importanza di agire sul piano cognitivo-comportamentale per puntare alla radice del disagio: un numero crescente di specialisti utilizza tecniche che lavorano sulla personalità del paziente per elevare la sua autostima e permettergli di controllare gli impulsi mentali che portano ai blocchi auto-limitanti. Queste terapie vanno a incidere sulle meccaniche che portano all’auto-suggestionamento e puntano a infondere un pensiero positivo a scapito di quello lesivo. Certamente con un buon lavoro il terapeuta può aiutare notevolmente, ma molto va fatto da parte del paziente, che deve lavorare a fondo per conoscere il proprio self e costruire una difesa sana per evitare che questi disagi si ripresentino.


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