La rabbia: pericolosa, ma quasi inesistente in Italia

È un virus della famiglia dei Rabdovirus e del genere Lyssavirus a generare in animali selvatici e domestici, come volpi, lupi, pipistrelli, cani, gatti e alcuni roditori, una malattia conosciuta anche con l’inappropriato termine di idrofobia che può contagiare anche l’uomo con conseguenze anche gravi e letali.

È particolarmente diffusa in Asia, con 31.000 vittime all’anno e in Africa con 24.000.

Il nome proviene dall’antico sanscrito: rabbahs, che significa “fare violenza”, termine indicativo del comportamento aggressivo che spesso dimostrano coloro che si ammalano.

Qual è il decorso della malattia?

Il virus contagia un corpo sano attraverso la saliva e quindi presumibilmente a causa di un morso da parte di un animale infetto e come tutte le malattie virali anche la rabbia ha un periodo di incubazione, cioè un lasso di tempo che trascorre da quando il virus entra nel corpo a quando si manifestano i primi sintomi. A seconda dell’ospite il periodo di incubazione va dalle 2 alle 8 settimane durante le quali il microrganismo dalla ferita si sposta attraverso i neuroni approdando al midollo spinale e da qui al cervello. Terminata questa migrazione detta centripeta, inizia quella centrifuga che dall’encefalo porta il virus nelle ghiandole salivari dove avviene la proliferazione più abbondante. A questo punto l’animale è sicuramente già contagioso, anche se non si presentano ancora sintomi specifici.

Nell’uomo i primi sintomi sono  piuttosto generici e comprendono febbre modesta, nausea, mal di testa, gola secca e ansia; negli animali i primi sintomi comprendono anche eventuali allucinazioni, fotofobia e variazioni del comportamento.

Dopo un periodo variabile si manifestano i sintomi veri e propri della rabbia che sono diversi nel caso in cui il malato sia un uomo, un cane o un gatto. Nel primo caso si possono verificare la forma spastica con alterazioni del movimento, una forma furiosa, caratterizzata da ansia, fotofobia e delirio e una forma paralitica che dopo un periodo di coma porta il soggetto alla morte per paralisi respiratoria. Queste ultime due forme sono presenti anche nel cane che spesso si mostra tremendamente aggressivo a causa delle allucinazioni, così come è stato ben descritto in un romanzo del 1981 di Stephen King, Cujo, che racconta la storia di un cane contagiato dalla rabbia proprio dal punto di vista dello stesso animale. Il gatto (che comunque viene contagiato molto raramente) presenta oltre alla fase furiosa o paralitica, una fase finale che induce al coma e alla morte. Negli animali la forma furiosa caratterizza il 75% dei casi a fronte del 25% dei casi di forma paralitica.

Come difendersi dalla rabbia?

Coloro che eseguono lavori particolari, a contatto con animali selvatici e in zone a rischio, hanno un solo modo per proteggersi sicuramente dal contagio: la vaccinazione. Questa può essere preventiva o post-contagio. In quest’ultimo caso, se un uomo viene morso deve lavarsi bene la ferita con saponi e soluzioni iodate e poi sottoporsi al vaccino il giorno del morso e poi dopo 3, 7, 14 e 30 giorni.

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In caso di morso da animale sospetto, oltre alla vaccinoterapia e alla disinfezione è bene tenere l’animale in osservazione per almeno 10 giorni e controllare l’eventuale insorgenza dei sintomi.

Solitamente la vaccinoterapia pre o post-contagio è sufficiente per impedire al virus di portare al decesso, ma l’intervento deve essere tempestivo e molto accurato.

Qual è la diffusione della malattia?

Secondo l’Oms circa 55.000 persone all’anno muoiono di rabbia, il 95% delle quali in Asia e Africail 99% dei contagi sono dovuti a morsi di cane e nel 30-60% dei casi ad ammalarsi sono ragazzi al di sotto dei 15 anni in condizioni igieniche precarie.

In Europa la rabbia è prevalentemente silvestre. L’80% dei contagi riguarda animali selvatici e in particolar modo le volpi rosse. Questo non vuol certo dire che sia necessario sterminare intere popolazioni di volpi per limitare il contagio, il lavoro di vaccinazione orale che è stato portato avanti anche nel nord Italia (qui la rabbia è presente in piccole percentuali, specialmente nel Friuli Venezia Giulia e nel Veneto), dove le guardie forestali hanno diffuso bocconcini alimentari con il vaccino così da rendere più volpi possibile immuni al contagio, hanno ridotto in 14 anni i casi di rabbia annui dai 21.000 del 1990 ai 5.400 del 2004, diminuendo del 74,3% circa.


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