La displasia congenita dell’anca

Cos’è la displasia congenita dell’anca e come intervenire per correggerla

La displasia congenita dell’anca è una malformazione all’articolazione coxo-femorale, per cui il femore muove in maniera difforme rispetto alla norma, tendendo verso la fuoriuscita dalla cavità acetabolare: questa deformazione ha origine quando si è ancora allo stadio fetale e, se non curata a dovere, può evolvere (da qui il termine displasia “evolutiva”) degenerando in altre tipologie di disturbo fisico di natura muscolare e ossea (come ad esempio lussazioni, o anche problemi alla spina dorsale e agli arti) e diventare un’invalidità permanente.

Cenni sulla natura di questa deformazione

La displasia all’anca è causata da una mancanza della fissità dei legamenti tendinei che tengono insieme l’articolazione ossea interessata: il femore così, tende a scivolare fuori dalla cavità che lo contiene, perseguendo posture diverse rispetto alla norma. Secondo altri esperti, questo deficit dipenderebbe spesso dalla lassità o dalla scarsa profondità del cotile, e quindi dall’impossibilità di ancoramento del femore all’articolazione, che perciò tenderebbe a fuoriuscire.
La displasia dell’anca è la malformazione congenita maggiormente frequente (soprattutto tra popolazioni di razza caucasica, con circa 20 casi su mille). In Italia un bambino su mille nasce con questo tipo di anomalìa. In circa il 70% dei casi il deficit interessa l’anca sinistra (incidenza probabilmente dovuta alla posizione di giacenza del feto: qui l’anca sinistra va a contatto con il rachide lombo-sacrale della madre, deformandosi), mentre nel 20% entrambe le anche sono colpite. Alcuni hanno ravvisato l’ereditarietà di questo deficit: in circa il 40% dei casi, il bambino colpito da displasia congenita ha un genitore affetto dalla stessa malformazione e/o ha avuto un fratello nato con lo stesso problema. E’ bene sottoporre ad esami il bambino sin da subito, in modo tale da individuare delle eventuali anomalie e quindi correggerle per tempo.

Rimedi per la displasia all’anca

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Chiaramente, prima si interviene per riposizionare l’articolazione, minori saranno le difficoltà che si incontreranno durante le cure. Se si interviene durante i primi tre mesi di vita, il trauma è decisamente minore o addirittura assente per il bambino, dal momento che il corpo presenta una certa elasticità. Il medico in tal caso sottoporrà ai dovuti esami clinici e ecografici, e eventuali altri accertamenti (effettuando ad esempio le manovre di Barlow o di Ortolani), per capire la natura della displasia: quindi, può decidere di applicare un tutore per far rientrare la malformazione, o, nei casi più accentuati, apporre un divaricatore per qualche tempo, al fine di rimodellare nella corretta postura l’articolazione. Nel caso si scopra la deformazione in un periodo più tardo, le terapie d’intervento sono diversificate: solo in rari casi, tuttavia, il medico può pensare di intervenire chirurgicamente. Spesso può essere necessario sottoporre il paziente a delle manovre di riduzione mentre è a letto, e quindi può venir applicata un’ingessatura. Nel caso vi siano impedimenti che non permettano una corretta riduzione, però, sarà necessario praticare un intervento per eliminare gli ostacoli: il periodo di recupero solitamente dipende anche dalla risposta fisiologica del paziente. Nella maggioranza dei casi, se trattata nei giusti tempi, la displasia congenita rientra nella norma senza problemi.


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