Il Metodo Stamina: polemiche e difficoltà

Dopo tante lotte, il Ministero ha bloccato la prosecuzione degli studi su un nuovo metodo, chiamato Stamina, che ha l’intento di curare e guarire (o comunque migliorare) molte delle malattie degenerative che affliggono adulti e bambini di tutto il Mondo (dalla SLA, al diabete mellito alle conseguenze dell’ictus). La motivazione di questa decisione è stata principalmente dettata dall’anomalo sviluppo della ricerca; ogni risultato scientifico deve infatti essere registrato e approvato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) la quale concede anche il permesso di proseguire con il consueto iter di ricerca. Le fasi sono infatti solitamente 4 e sono state elaborate per tutelare il paziente e la sua salute; la I fase è successiva ai test di laboratorio o sull’animale e prevede lo studio della funzionalità del principio attivo su volontari sani o malati; quelli della II fase vengono detti “studi terapeutici pilota” e vengono effettuati su 80-200 pazienti spesso con l’ausilio comparativo dei placebo; nella III fase sono molti di più i pazienti che vengono sottoposti al principio attivo e si indaga su eventuali complicanze o effetti collaterali; la IV fase raccoglie le varie osservazioni post-marketing.

Quando nasce il Metodo Stamina e su cosa si basa?

Sembra che il Dott. Davide Vannoni, docente di psicologia all’Università di Udine, si sia sottoposto nel 2007 a delle cure, elaborate grazie agli studi di 2 biologi ucraini, per guarire una emiparesi facciale. In seguito alla terapia Vannoni avrebbe ottenuto ottimi risultati e per questo avrebbe tentato di approfondire le ricerche dei 2 studiosi ucraini, i quali, tra l’altro si trasferirono in Italia per collaborare.

Il metodo si basa sul prelievo di alcune cellule umane, dette staminali; queste sono cellule primitive, cioè ancora non addette a uno scopo determinato, e godono della possibilità di differenziazione; questo significa che è possibile imporre loro uno sviluppo specifico sottoponendole al contatto con una soluzione di acido retinoico ed etanolo per i tempi stabiliti. Queste cellule possono essere prelevate ad esempio dal midollo osseo e possono essere così “trasformate” in neuroni da iniettare successivamente allo stesso paziente, malato di patologie neurodegenerative, da cui sono state prelevate.

Vannoni riesce a portare il metodo in Italia stringendo accordi, così sembra, anche con alcune istituzioni come la Regione Piemonte (che stanzia per lui del denaro che però poi non verrà mai erogato), una clinica privata e un ospedale pediatrico di Trieste.

Nel 2009 Vannoni fonda anche la Stamina Foundation, vetrina della ricerca, grazie a cui riesce a proseguire le ricerche.

Il metodo venne anche proposto negli Stati Uniti per riceverne un brevetto, ma il tutto fu rifiutato in quanto poco innovativo (si basava sugli studi dei 2 ricercatori russi) e non esaustivo nelle spiegazioni. In breve tempo il metodo ha comunque raggiunto una fama nazionale non indifferente dando delle speranze a tutti coloro a cui erano state tolte, grazie anche alla “pubblicità” del programma Le Iene che gli ha dedicato un servizio intervistando genitori di bambini malati a cui veniva vietata l’applicazione del nuovo metodo.

Perché le polemiche?

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Il mondo scientifico, a parte poche eccezioni, non ha mai approvato il Metodo Stamina, neppure come cura compassionevole, cioè applicabile quando non esiste altra terapia alternativa; molti gli articoli e i servizi che hanno stroncato il metodo anche su riviste accreditate come Nature secondo cui “il metodo è un plagio totalmente inefficace”.

La comunità scientifica contesta il metodo di ricerca assolutamente fuori dai canoni e dai protocolli: Vannoni non ha mai fornito dati precisi sull’applicazione né sui risultati delle terapie, non ha seguito le 4 fasi della ricerca e si è comportato più come un imprenditore della medicina che come uno scienziato, ma Vannoni e coloro che lo appoggiano sono invece convinti che la motivazione principale degli ostacoli apposti sia di altro tipo, più economico che scientifico. Recentemente il Ministero ha riunito un Comitato per decidere la liceità o meno dell’applicabilità del Metodo, ma, come prevedibile, ha vinto il no, così molte famiglie dei malati si sono riunite al centro di Roma per richiedere la possibilità di tentare l’impossibile e di avere una speranza. Intanto Vannoni ha dichiarato di volersi rivolgere al Tar per contestare la scelta dei componenti del Comitato che, ancor prima che fosse riunito, avevano già espresso un parere sfavorevole alla vicenda.

Questi dibattiti sono sempre molto difficili da affrontare; quando qualcuno promette la possibilità di migliorare una situazione ormai abbandonata dalla medicina ufficiale, è difficile convincere chi ne ha bisogno a rinunciarvi. Certo è che nel caso della salute e della salvaguardia del paziente è bene mantenere dei protocolli e delle regole in grado di dare delle garanzie che il Metodo Stamina non ha saputo concedere. La speranza è sicuramente quella che il nodo focale venga sciolto: indipendentemente dall’iter classico che non è stato evidentemente seguito, il Metodo Stamina funziona o non funziona?


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