Ebola: un mostro fino ad ora rimasto arginato

Recentemente sono stati tanti i casi di ebola che telegiornali, articoli e programmi di approfondimento hanno portato a conoscenza del grande pubblico.

Ma cosa è l’ebola? Perché fa tanta paura? Siamo realmente a rischio?

La malattia veniva chiamata fino a qualche tempo fa “febbre emorragica da virus ebola” in quanto nelle fasi più gravi provoca delle gravi emorragie che possono portare alla morte, ma prima di arrivare a uno stadio tanto avanzato possono riconoscersi delle fasi diverse.

Come si sviluppa e come si manifesta l’ebola?

I sintomi iniziali della malattia da virus ebola (o EVD) sono simili a quelli influenzali, ma l’intensità del fastidio può rivelarsi piuttosto elevata rispetto a un normale malessere stagionale.

I primi segni sono la comparsa di febbre abbastanza improvvisa, dolori articolari e muscolari e forte astenia (perdita di energia), seguiti poi da inappetenza, mal di stomaco, mal di gola, cefalee e infine da vomito, diarrea ed esantema diffuso, fino a giungere alle emorragie interne ed esterne.

Il virus ha un’incubazione che va dai 2 ai 21 giorni, con una media di 8-10 giorni, durante i quali il soggetto infetto non è contagioso. La possibilità di trasmissione del virus si presenta infatti soltanto nel momento in cui si manifestano i primi sintomi e sembra che non sia per via aerea la via preferenziale per il contagio. Questo avviene invece facilmente se si viene a contatto con i liquidi e le secrezioni corporee di un soggetto infetto (persona o animale); si parla quindi di sangue, saliva, vomito, feci, sperma o altre secrezioni che inevitabilmente contengono il virus.

Per questo motivo le persone più a rischio di contagio sono solitamente i familiari dei pazienti, gli operatori sanitari e chi sta a contatto con i defunti per ebola (il contagio perdura infatti anche dopo il decesso), ma anche coloro che per motivi di caccia o altro si ritrovano nelle zone più selvagge a contatto con animali contagiati.

Quanto è diffusa la malattia da virus ebola?

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Quella che a cui stiamo assistendo è senza dubbio la più grave epidemia di malattia da virus ebola che si sia mai riscontrata; detto questo è bene sottolineare che in Italia non c’è stato alcun caso di contagio, nonostante le allarmistiche notizie televisive. Seppure ci siano stati dei motivi di preoccupazione, i test effettuati sui pazienti a rischio hanno escluso categoricamente che in Italia sia mai entrato, fino a questo momento, un soggetto infetto da virus ebola.

La malattia è invece piuttosto diffusa in alcuni Paesi dell’Africa tra cui Liberia, Guinea e Sierra Leone; nonostante questo l’Organizzazione Mondiale della Sanità non ha espresso la volontà di limitare l’ingresso o l’uscita delle persone in queste terre a rischio, sebbene ne consigli l’approdo soltanto in casi di effettiva necessità.

Si può prevenire il contagio da virus ebola?

Per proteggersi dal virus (che comunque provoca ancora oggi il 50% delle morti successive al contagio) non esistono né vaccini né medicine. Anche l’ospedalizzazione non serve purtroppo ad uccidere il virus, ma a supportare il corpo debilitato dalla malattia.

L’unico modo per tenere il contagio a distanza è attenersi ad alcune regole comportamentali: innanzitutto chi si occupa dei malati (familiari o operatori sanitari) deve indossare mascherine, guanti e quanto sia necessario per proteggersi dal contatto diretto o indiretto con liquidi e secrezioni infette, inoltre è bene limitare l’esposizione dei defunti cercando di seppellirli il prima possibile senza che vengano a contatto diretto con parenti e familiari.

È anche importante sapere che il virus muore dopo poche ore di tempo a contatto con l’aria e il sole e non resiste neppure al semplice sapone o alla candeggina. Perciò un’accurata igiene personale e del luogo in cui vive un malato di EVD e lavaggi in lavatrice degli abiti e della biancheria, possono ridurre fortemente il rischio di contagio anche tra persone vicine a un soggetto infetto.

Tutte queste manovre di prevenzione dovrebbero essere portate a conoscenza di tutti coloro che vivono nelle zone più a rischio, perché, purtroppo, molte volte è il “non sapere” a provocare contagi ed epidemie che potrebbero essere tenute a bada molto più facilmente con delle buone campagne di educazione organizzate dagli enti preposti.


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