Amebiasi: una parassitosi a vari livelli di gravità

Sono sempre le precarie condizioni igieniche a mettere a rischio vacanza e viaggi di lavoro in alcune zone del Mondo come Medio-Oriente, Africa, America Centro-Meridionale e, in generale, tutte le zone a clima caldo umido.

Nel caso dell’amebiasi, è un protozoo, l’Entamoeba histolytica, a insinuarsi nell’organismo umano infettandolo e scatenando una malattia che in qualche caso (non frequente, per fortuna) può essere anche letale.

Come si sviluppa l’amebiasi?

Le acque inquinate sono la fonte più diretta per l’ingestione di piccole cisti infettanti, le quali si stabiliscono nell’intestino proliferando e comportandosi inizialmente come semplici commensali del corpo umano; questo significa che per un certo periodo di tempo e finché la malattia rimane asintomatica, il protozoo può nutrirsi dei residui intestinali senza provocare disturbi al malcapitato ospite umano, ma quando per uno stato di immunodepressione o a causa di circostanze sfavorevoli, il parassita prolifera eccessivamente, i sintomi non tardano a presentarsi.

Più raro è il contagio attraverso le forme vitali del parassita (trofozoiti) che provoca comunque la stessa sintomatologia.

Sebbene sia possibile ospitare il protozoo anche per molti anni prima di una manifestazione reale dell’amebiasi, solitamente il periodo di incubazione è di 2-4 settimane in seguito alle quali malessere, stanchezza e diarrea affliggono il malato. Questo è anche il momento di maggior rischio di contagio, che seppur poco frequente tra una persona malata e una sana, è comunque possibile nel caso di contatto oro-fecale.

Quest’ultimo è l’unico modo affinché possa diffondersi la malattia, solitamente a causa delle acque inquinate dove le condizioni igienico sanitarie non sono ben curate a livello politico e di gestione delle risorse o più raramente con il contatto con la biancheria sporca di un soggetto infettato.

È infatti attraverso le feci che vengono espulse le cisti che albergano nell’intestino e quando queste rischiano di finire nei condotti delle acque potabili il contagio diventa quasi assicurato, a meno che non si rispettino delle semplici regole igieniche necessarie quando si viaggia in aree endemiche della malattia.

Alcuni casi possono risultare ben più gravi, quando il parassita attraversa la parete intestinale e va a posizionarsi in un’area extra intestinale, solitamente nel fegato, provocando la formazione di cisti che si manifestano con dolore, febbre e malessere con esiti anche potenzialmente fatali.

Come tenere lontano il parassita?

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Si sa che quando si viaggia in paesi a clima umido e tropicale è necessario porre attenzione ad alcune regole igieniche che se sembrano eccessive possono comunque salvaguardare il futuro dell’intestino e, in questo caso, anche del fegato.

La cosa fondamentale è evitare di bere acqua potenzialmente contaminata; questo significa anche rifiutarsi di mangiare verdura cruda, che potrebbe essere stata lavata con acqua impura e porre attenzione ai cibi comprati dai venditori ambulanti, accertandosi che non contengano parti crude.

L’acqua da bere deve essere sempre confezionata e sarebbe preferibile aprire personalmente la bottiglia, per evitare frodi e conseguenze spiacevoli; per lo stesso motivo è consigliabile evitare di far mettere il ghiaccio nelle bibite, nonostante il caldo: chi sa dove è stata presa l’acqua che è stata messa in congelatore?

Se si alloggia in una casa, è opportuno far bollire sempre l’acqua che si vuole utilizzare per scopi alimentari (o per lavarsi i denti) e cuocere sempre i cibi, mangiandoli ben caldi e conservando gli avanzi ben chiusi in frigorifero.

Inoltre è sempre opportuno, come norma igienica di base, lavarsi le mani dopo essere andati in bagno e prima di mangiare, in particolar modo se si è a contatto con qualcuno che è stato infettato; in questo caso è anche consigliabile lavare la biancheria a una temperatura non inferiore ai 60°C e accentuare le proprie attenzioni igieniche.

Sembra che solo il 10% di coloro che ospitano il parassita manifestino poi i sintomi dell’amebiasi e nella maggiorparte dei casi il tutto si risolve con una colite amebica e diarrea con probabili muchi e sangue e solo una percentuale di soggetti che va dal 2 al 16% sviluppa una manifestazione extra-intestinale.

Durante la fase acuta viene prescritto solitamente del metronidazolo con cui il parassita viene debellato; comunque anche coloro che, non presentando sintomi, sembra non si siano ammalati durante un viaggio a rischio, dovrebbero sottoporsi a delle analisi specifiche per fugare ogni dubbio e non rischiare di contagiare involontariamente gli altri componenti della propria famiglia.


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