L’Alzheimer – Sintomi, diagnosi e terapie

Nel 1901 per la prima volta venne diagnosticata alla signora Auguste Deter una malattia che ancora oggi è per molti aspetti sconosciuta: l’Alzheimer.

Oggi soffrono di questa patologia il 5% delle persone oltre i 60 anni ed essa costituisce il 70% dei casi di demenza senile, ma purtroppo non esiste ancora una terapia che possa curarla o almeno bloccarla a un primo stadio di sviluppo.

A cosa è dovuta la malattia?

Le cause dell’Alzheimer vanno ricercate nell’errata elaborazione di alcune proteine nelle cellule cerebrali. Negli spazi intercellulari si accumulano quindi delle proteine tossiche che conducono inesorabilmente all’atrofia della corteccia cerebrale; tali accumuli prendono il nome di placche amiloidi.

Le motivazioni di questa elaborazione errata sono tutt’oggi sconosciute, ma si è osservato che i neuroni danneggiati in questo processo sono principalmente quelli di tipo colinergico, che usano cioè  un neurotrasmettitore specifico, chiamato acetilcolina.

Quali sono i sintomi?

Spesso i primi ad accorgersi di un cambiamento comportamentale della persona sono i parenti stretti del malato.

La prima manifestazione dell’Alzheimer consiste nella perdita di memoria. Il soggetto dimentica molte cose, dalle più semplici (dove ha appoggiato una cosa) a quelle più importanti (come si adopera un oggetto di utilizzo quotidiano) fino ad arrivare, negli stadi più avanzati, a non riconoscere più i propri congiunti e a perdere l’autonomia nelle piccole e grandi faccende quotidiane. I familiari si sentono rivolgere la stessa domanda più volte nell’arco di poco tempo o sono costretti a ricordare al malato dove sono e perché. Spesso muta anche la personalità, così diminuisce l’interesse nei propri hobby o il rendimento sul posto di lavoro, senza considerare che chi è affetto da morbo di Alzheimer può diventare sospettoso nei confronti di familiari e colleghi perché convinto che siano gli altri a spostare i propri oggetti o a non informarlo riguardo le questioni importanti.

Ronald Regan, ex capo di stato Americano affetto da questa patologia, in un suo scritto descrive l’Alzheimer in questo modo: ” una devastante malattia che priva la vittima di ogni gioia di vivere

La diagnosi

Non esiste alcun test specifico che possa assicurare la presenza di un caso di Alzheimer.

I medici procedono effettuando dei test neuropsicologici che possano valutare la capacità mnemonica del paziente o delle TAC per escludere altre patologie come tumori cerebrali, patologie vascolari del cervello o qualsiasi altra malattia che possa provocare sintomi simili.

Inoltre è possibile escludere altre forme di demenza con dei sistemi di imagine biomedico, tra cui la tomografia computerizzata (TC), la risonanza magnetica (MRI), la tomografia a emissione di fotone singolo (SPECT) o la tomografia a emissione di positroni (PET).

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Solo un esame istologico post mortem può confermare la diagnosi di morbo di Alzheimer, con l’accertamento della presenza delle placche amiloidi nel tessuto cerebrale.

Terapie farmacologiche

L’aspettativa di vita di un malato di Alzheimer si aggira mediamente attorno agli 8-10 anni.

Non esistendo un farmaco in grado di far regredire o quantomeno bloccare l’evoluzione della malattia, durante il periodo successivo alla diagnosi ogni medico, basandosi sull’evoluzione specifica ed individuale del paziente, cerca di limitare i sintomi tentando di ripristinare i livelli fisiologici di acetilcolina. Oggi si tende anche ad utilizzare un farmaco, la memantina, che dovrebbe parzialmente ridurre la degenerazione cognitiva del paziente malato di Alzheimer e alcuni medici propongono l’utilizzo dei FANS (anti infiammatori non steroidei) per contrastare l’infiammazione che porta al danneggiamento dei neuroni.

Esistono anche terapie non farmacologiche che vengono spesso consigliate dagli specialisti. Si tratta di interventi tesi ad un supporto psico-sociale e cognitivo: attività di orientamento spazio-temporale,  di recupero dell’identità personale e dei ricordi familiari.

La famiglia

Non è certo facile sostenere le difficoltà fisiche e psicologiche che si prospettano quando in famiglia è presente un caso di Alzheimer, ma è bene tener presente che la vicinanza e l’attenzione dei caregiver (coloro che assistono il paziente) è estremamente importante.

Specialmente nell’ambito delle terapie non farmacologiche è stato osservato un buon miglioramento o se non altro un forte rallentamento della progressione degenerativa in coloro che hanno partecipato a sedute di arteterapia o musicoterapia.

Tenere attivi i neuroni cerebrali con visite nei musei, concerti, letture è fondamentale, ma anche tra le mura domestiche è sicuramente possibile fare il massimo per aiutare il congiunto malato concentrandosi sui più piacevoli ricordi di famiglia e stimolando delle discussioni che riportino indietro nel tempo.


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