Paleodieta

Chi di voi non vorrebbe perdere peso in modo naturale, senza eccessive forzatura e senza nutrirsi di beveroni di dubbia origine che dovrebbero sostituirsi ai pasti naturali?
Se siete degli amanti dei cibi tradizionali e magari dei prodotti bio probabilmente avrete sentito parlare di questa dieta decisamente originale: la paleodieta. Ma di cosa si tratta esattamente?

La paleodieta: un ritorno alle radici del nutrimento

Il termine paleodieta è una crasi, ovvero un termine che è nato dall’unione di due parole diverse: “paleo” (ovvero “pietra”) e dieta. Si tratterebbe quindi della dieta che veniva seguita dagli uomini che vivevano nel paleolitico, ovvero nell’età della pietra. Il paleolitico è un periodo preistorico che va da due milioni e cinquecento mila anni fa fino a 40.000 anni fa, quando compare finalmente l’homo sapiens sapiens, ovvero il nostro predecessore. In questo periodo l’uomo apprende a creare degli utensili in pietra e ad utilizzare con sicurezza il fuoco. I sostenitori della dieta paleolitica affermano che l’uomo si sarebbe nutrito per centinaia di migliaia di anni tramite la raccolta di frutta, verdure spontanee e cacciando animali e pesci. Ovviamente la scoperta del fuoco permise un cambiamento radicale nella modalità di assumere i cibi, che finalmente potevano essere cotti, garantendo maggior sicurezza alimentare ed un gusto più piacevole.
Ma come è possibile che una dieta abbandonata da più di 5.000 anni sia riproposta ai giorni nostri? Chi l’ha inventata (o meglio “reinventata”) e proposta al grande pubblico?

Weston Price, l’inventore della paleodieta

Weston Price nacque in Canada nel 1870 e svolse per molti anni l’attività di dentista. Nel corso della sua lunga carriera ipotizzò che la causa principale del peggioramento delle condizioni dei denti dipendesse dalla dieta moderna. Le sue ricerca affermano che la vitamina B ed i sali minerali dovevano essere presenti in quantità nell’alimentazione per prevenire la carie. Nel 1939 si spinse oltre, e nella sua opera “Nutrition and Physical Degeneration” affermò che molte malattie che colpivano l’uomo occidentale erano assenti nelle culture polinesiane, pigmee, aborigene australiane e native americane. La ricerca concludeva che i metodi di preparazione e conservazione utilizzati nel mondo occidentale privavano gli alimenti di molte vitamine e minerali necessari per prevenire numerose malattie, ovviamente inclusa la carie. Secondo i suoi detrattori il lavoro di Price sarebbe stato il classico esempio del “mito del buon selvaggio” (in origine ideato dal filosofo francese Rousseau) secondo il quale l’uomo che viveva armoniosamente con la natura conduceva un’esistenza migliore di quella dell’uomo moderno.
Le idee di Price finirono quindi nel dimenticatoio per alcuni decenni, ma alla fine degli anni ’70 la nutrizionista Sally Fellon riportò in auge la paleodieta, che a suo parere doveva basarsi su cibi precedenti alla scoperta dell’agricoltura. Si tratta quindi soprattutto di animali selvatici, dei quali si utilizzerebbero delle parti che ai giorni nostri sono normalmente considerate non appetibili (se non addirittura disgustose) quali frattaglie, sangue, cervello. A ciò dovrebbero unirsi un gran consumo di crostacei e pesci e anche (ma solo per i veri “puristi” di questa dieta) vermi, rettili, bachi ed insetti vari. Fortunatamente la paleodieta non costringe tutti i suoi sostenitori a nutrirsi di animali decisamente non appetibili, si può infatti concentrarsi maggiormente sui vegetali, ma non su quelli coltivati. Si preferirà quindi l’introduzione nella dieta di bulbi, noci, radici, semi… ossia tutti quei prodotti del mondo vegetale facilmente reperibili in natura, che non necessitano quindi di una coltivazione intensiva né dell’uso di fertilizzanti chimici e anticrittogamici.

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La paleodieta funziona?

Secondo i suoi detrattori la paleodieta non avrebbe molto senso in quanto sebbene sia indubbio che due milioni di anni fa l’uomo primitivo si nutrisse proprio in questo modo, dal punto di vista genetico i cambiamenti dell’essere “homo” sono stati notevoli. Basti pensare che nel paleolitico si è passati dall’australopithecus (più uomo che scimmia) all’Homo sapiens sapiens contemporaneo, con una variazione genetica importante. Inoltre sarebbe errato pensare che gli uomini del paleolitico avessero un’unica dieta in quanto essa variava enormemente a seconda delle regioni in cui vivevano: la dieta dell’uomo che viveva sulle coste temperate del mediterraneo (ricca di pesce e frutta) era ben diversa da quella dell’uomo che abitava le inospitali lande della steppa asiatica (dove il pesce e la frutta erano quasi inesistenti).


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