Le intolleranze alimentari: funzionano i test?

Le intolleranze alimentari: funzionano i test?

Ultimamente si sente spesso parlare di test per le intolleranze alimentari e capita di vedere conoscenti particolarmente in forma che ci svelano il loro segreto: aver seguito una dieta che eliminasse i cibi che provocano intolleranza.

Ma chi esegue i test? Cosa sono le intolleranze? Sono molti i medici che contrastano il concetto di intolleranza alimentare adducendo come motivazione per la loro invalidità, la poca o nulla scientificità dei test, ma raramente chi si è sottoposto ai test e ha seguito le indicazioni dell’esperto che li ha prescritti, non ha provato giovamento dal punto di vista della propria salute.

Partiamo dal principio: cos’è un’intolleranza alimentare e a cosa è dovuta?

Il cibo che ingeriamo arriva allo stomaco dopo la masticazione e da qui si avvia al percorso indotto dall’intestino che attua anche il processo di assorbimento delle sostanze nutritive di ciò che viene mangiato. L’alimentazione antica era molto varia e molto meno lavorata rispetto a quella attuale che per facilitare la quotidianità frettolosa e sovraimpegnata della maggior parte delle famiglie offre prodotti iperlavorati e privi di varietà nutrizionale. Il bisogno moderno di aumentare la produzione delle materie prime, come del grano per la farina o della carne, ha portato i produttori a selezionare la specie tra le tante esistenti, che potesse offrire più prodotto possibile nel minor tempo abbandonando le altre, altrettanto ricche di principi nutritivi, ma più difficoltose da lavorare.

Per fare un esempio, il grano che quotidianamente mangiamo in tutte le forme possibili (pasta secca e fresca, pane, pizza, dolci, crackers….) fa parte di un unico cultivar ottenuto tramite una trasformazione non naturale: il vecchio grano della varietà Senatore Cappelli, è stato “bombardato” con raggi X o gamma per ottenere un seme che producesse spighe più resistenti e facilmente lavorabili (ma tutte uguali dal punto di vista nutrizionale).

La parete dell’intestino è protetta dalla flora batterica, che impedisce la proliferazione di microrganismi patogeni, dalla mucosa che forma la parete stessa dell’intestino che permette l’assorbimento dei nutrienti e non delle macromolecole che non sono ancora assorbibili, e dal sistema immunitario che induce lo stato infiammatorio se entra in contatto con sostanze patogene. Se una di queste componenti si debilita, l’intestino e conseguentemente la digestione ne subiscono le conseguenze. La debilitazione può avvenire per abuso di farmaci, eccesso di additivi chimici, metalli pesanti o pesticidi e accumulo di sostanze di cui troppo frequentemente ci si ciba (in Italia è frequente l’intolleranza al frumento, nei paesi scandinavi quella al pesce) e che non permettono uno sviluppo adeguato della flora batterica, ma invece la indeboliscono. In questi casi la parete dell’intestino crea dei varchi (intestino a colabrodo) attraverso cui passano delle macromolecole non assorbibili che causano la reazione del sistema immunitario e quindi lo sviluppo dello stato infiammatorio.

Un’alimentazione monotona o non di qualità può quindi a lungo andare causare un persistente stato infiammatorio, origine di fastidi quali gonfiore, cattiva digestione, stanchezza cronica, difficoltà nella concentrazione, ma anche predisposizione alle faringiti o ad altri disturbi infiammatori.

Quali sono i test per le intolleranze più comuni e come reagire a un risultato positivo?

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Sono molti i test pubblicizzati per riscontrare le eventuali intolleranze, alcuni vengono effettuati in laboratori privati, altri negli ospedali.

Il più comune è il test citotossico, che mette in contatto il sangue del paziente con i vari allergeni per valutarne le reazioni, altri test valutano la forza del soggetto (test kinesiologico) o viene registrato qualsiasi sintomo sul paziente (test di provocazione) dopo la somministrazione dell’allergene. Il FIT (Food Intolerance Test) prevede una ripetibilità del test superiore al 90% e, nonostante alcuni medici ne siano avversi, è scientificamente provata la validità dei risultati ottenuti: mediante il prelievo di sangue, usando una metodica standardizzata (ELISA) viene testato il grado di reazione immunitaria a un certo numero di allergeni.

Quando un paziente risulta positivo al test per le intolleranze relativamente a una o più sostanze alimentari, quello che deve fare è evitare di assumere la sostanza per un periodo più o meno lungo (almeno 30-40 giorni) per far sì che l’intestino recuperi la salute originaria e la flora batterica si ristabilizzi attuando una specie di disintossicazione dall’allergene specifico. In seguito è possibile reintegrare l’alimento (gradualmente e possibilmente senza esagerare) fin quando il corpo si riabitua alla sua digestione.

Come districarsi tra le critiche e il supporto ai test per le intolleranze alimentari?

Chiunque in base alle proprie conoscenze può decidere, in caso di disturbi, se sottoporsi o meno a dei test (per il lattosio o il glutine disponibili anche in ospedale e quindi scientificamente riconosciuti); in qualsiasi caso, è scontato affermare che una dieta variata, che prenda in considerazione più varietà dello stesso alimento (ad esempio non solo frumento, ma anche kamut o farro) non può far altro che giovare alla salute generale del soggetto, specialmente se ogni volta che è possibile si evitano prodotti confezionati eccessivamente lavorati e quindi ricchi di additivi o conservanti che non fanno altro che indebolire ulteriormente l’intestino e la sua capacità digestiva e se si prediligono invece prodotti freschi, biologici e di qualità certificata.


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