Gli asparagi: buoni e importanti per la depurazione

L’asparago selvatico è una delle piante che più danno soddisfazione a coloro che, amanti delle belle camminate, tornano a casa la domenica mattina con i cesti pieni di bei fasci pronti per farne una frittata o un buon sugo per la pasta.

La pianta sembra essere originaria della Mesopotamia, ma oggi se ne trova in gran quantità anche in Europa e in Italia, quasi in tutta la penisola ad esclusione del Piemonte, sia nella forma coltivata che in quella selvatica.

Come si presenta la pianta dell’asparago?

L’Asparagus officinalis L., questo il nome dato da Linneo alla pianta coltivata, appartiene alla famiglia delle Liliaceae e si presenta come una pianta erbacea con piccoli rametti ricchi di foglie a scaglie che danno l’idea di sottili aghi; questa è la parte della pianta più visibile e prende il nome volgare di asparagina, nella stagione giusta a qualche decimetro dall’asparagina si trova l’asparago vero e proprio.

Quest’ultimo non è il frutto della pianta, che invece è rappresentato da piccole bacche rosse non commestibili, né la radice, che è un rizoma che corre sotto terra; la parte edibile è invece un turione, cioè un germoglio carnoso che, se lasciato crescere, si trasforma nella pianta vera e propria.

Esistono almeno 4 varietà di asparago: bianco, verde e viola e rosa e inoltre, come già detto, è necessario ricordare che oltre agli asparagi coltivati, che si trovano a mazzi in tutti i supermercati e sono molto polposi e carnosi, esiste l’asparago selvatico (Asparagus acutifolius) che è invece possibile trovare in natura nelle macchie e nei boschi di latifoglie e si presenta molto più sottile e scuro. Il sapore dei due tipi di asparago è piuttosto diverso l’uno dall’altro: quello coltivato è più morbido, dolciastro e delicato, mentre il selvatico è decisamente forte e incisivo.

Quali sono le proprietà dell’asparago?

Le nonne usano dire che “se mangi gli asparagi, fai la pipì puzzolente”, questo è probabilmente il modo popolare di ricordare che la pianta ha delle ottime proprietà depurative, riesce cioè a ripulire il fegato e i reni dalle tossine che poi vengono espulse urinando.

La fitoterapia utilizza per lo più le radici della pianta che, ricche di aminoacidi, vitamina C e vari sali organici, vengono raccolte in autunno o in primavera e si lasciano seccare al sole prima di utilizzarle sotto forma di decotto o tintura.

Le proprietà fortemente diuretiche fanno sì che l’asparago sia spesso consigliato a tutti coloro che soffrono di ritenzione idrica (rendendola anche una pianta utile a combattere la cellulite), agli obesi come coadiuvante per il dimagrimento o a coloro che prendendo molti medicinali hanno necessità di depurare il proprio corpo dalle tossine accumulate.

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È opportuno sottolineare che proprio per il lavoro a cui i reni vengono sottoposti, la pianta non è consigliata a coloro che soffrono di infiammazioni renali.

Come mangiare dei buoni piatti?

Il sapore delicato degli asparagi coltivati li rende adatti a ricette semplici che lasciano la possibilità di assaporarne il gusto. Basta lavarli e togliere la parte bianca del turione, troppo coriacea, posizionarli in una teglia con pochissimo olio, cospargerli di piccoli fiocchi di burro e un pizzico di sale e lasciarli in forno per circa 15-20 minuti per poterli gustare al meglio.

Per quanto riguarda quelli selvatici invece, l’incisività del sapore fa sì che ne basti una quantità senz’altro inferiore per dare sapore alle ricette: una frittata sottile con uova, poco sale e 3-4 asparagi spezzettati a testa, sarà un perfetto secondo o un modo nutriente e salutare per farcire un panino prima di una gita.

Un consiglio importante per il benessere ambientale è quello di cogliere l’asparago senza spezzare la cima, ma recidendolo alla base, vicino al terreno. Anche se in questo modo si è costretti a portare a casa dei turioni lunghi anche mezzo metro che necessitano di più tempo per la pulitura, diamo la possibilità alla pianta di impiegare nuove energie per dare vita ad altre gemme, quindi ad altri asparagi, mentre spezzarne la punta significa imporgli di fornire nutrimento a un asparago ormai colto che non darà vita a nulla.


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