Beh, anche le piante soffrono!

Probabilmente chiunque faccia parte del circa 10% (in aumento) di italiani che ha deciso di intraprendere una dieta vegetariana potrebbe vantare una lunga collezione di obiezioni bizzarre portate avanti da chi, onnivoro, non può proprio accettare che qualcuno fuoriesca dalle abitudini culinarie comuni.

“Ma allora Dio gli animali che li ha creati a fare?”, “E ti mangi solo insalata?”, “Ma vai a brucare l’erba come i conigli?”, “E le proteine!?”.

Ma tra le tante sciocchezze che si possono sentir dire, quella che forse irrita di più i vegetariani è: “Ti preoccupi degli animali, ma anche le piante soffrono!”.

Ebbene: no. Le piante non soffrono.

Cosa si intende per sofferenza di una pianta?

Ogni botanico, scienziato e anche ogni persona dotata di una certa sensibilità possono senza dubbio, e non a torto, dichiarare “sofferente” una pianta che sta per seccarsi a causa del terreno troppo arido.

Lo stesso vale per gli alberi potati male, che magari non riescono a recuperare le forze che ne permettono lo sviluppo dei nuovi germogli, o per piante completamente infestate di piccoli parassiti che ne mangiano le foglie.

Questo tipo di sofferenza non è però da considerarsi alla stessa stregua di quella di un animale macellato. La pianta sofferente è quella che per motivi diversi non riesce ad essere rigogliosa e a generare i fiori e i frutti; l’animale sofferente è quello che prova un dolore psicologico e fisico niente affatto distante da quello che proverebbero gli esseri umani posti alle stesse condizioni.

D’altra parte negli uomini e negli animali la struttura del sistema nervoso centrale e periferico e quella del cervello che interpreta i vari stimoli esterni è assolutamente paragonabile dal punto di vista anatomico e fisiologico, mentre è totalmente inesistente nelle piante. Dovrebbe essere quindi abbastanza facile per un uomo capire le sensazioni di dolore di un animale sofferente (che poi una persona debba interessarsene o meno, rientra in un discorso di più o meno condivisibile etica individuale).

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Ci sono studi (non confermati dal mondo scientifico) che hanno dimostrato l’esistenza di una certa sensibilità delle piante agli eventi esterni, ma nessuno ha mai potuto provare che staccare una foglia, un frutto o un ramo a una pianta possa provocare vero e proprio dolore alla pianta stessa.

Questo non vuol certo dire che si sia in diritto di sradicare qualsiasi cosa emerga dal terriccio o di tagliare rami, tronchi, bruciare piante e tutto il resto; ma per essere coscienti che staccare una melanzana matura dalla propria pianta è totalmente diverso che portare un vitello al mattatoio, basta semplice buon senso.

Qualcuno particolarmente in vena di colpevolizzazioni potrebbe anche sottolineare che la linfa che fuoriesce da una foglia spezzata, per quanto se ne sa, potrebbe essere una specie di “lacrima” della pianta. Ovviamente non è così. Ciò che esce da alcune venature di certe piante è il latice, un liquido pieno di sostanze necessarie alla pianta, e non un’espressione di dolore.

Perché ai vegetariani viene posta questa obiezione?

Sono davvero poche le persone che credono veramente alla sofferenza fisica delle piante.

Spesso si pensa che la scelta vegetariana sia dettata dalla moda del momento o da una sorta di “presunzione morale” (e in alcuni casi purtroppo è innegabilmente così) e per questo sorge un certo fastidio in chi, mangiando carne, si sente accusato nelle proprie abitudini quotidiane.

Certo è che tentare di imporre il proprio punto di vista agli altri, come a volte fanno molti vegetariani, non porta a nulla se non al fastidio degli onnivori per un’intera categoria di persone. Ovviamente questo non giustifica nessuno dal presentare provocatoriamente obiezioni sciocche e infondate soltanto per creare quel po’ di turbamento o di dubbio in chi, magari alle prime armi del vegetarianesimo, sta tentando un nuovo stile di vita.


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